Passaggio all’atto/passaggio all’inazione

Credere che la volontà abbia potere sulla potenza, che il passaggio all’atto sia il risultato di una decisione che mette fine all’ambiguità della potenza (che è sempre potenza di fare e di non fare) – questa è precisamente la perpetua illusione della morale. Giorgio Agamben

I passaggi oggetto di queste note sono due forme simmetriche e opposte di relazione etica al fare, l’affermazione e la negazione dell’azione. La nostra ricognizione si soffermerà su alcune tracce storiche e letterarie per illustrare i caratteri dei due passaggi, casi clinici, casi letterari, comunque casi esemplari.

La psicologia del profondo vede nel passaggio all’atto l’agire irriflesso, che scarta dai cardini dell’orizzonte del comportamento previsto, dando luogo a intenti aggressivi istintivi. Acting out, passer à l’acte, termini che non sono sinonimi, il primo indicando una sortita sulla scena che prende la forma del messaggio, perentorio e per lo più violento, il secondo una rottura traumatica, auto e/o eterodistruttiva, pantoclastica.

Nella psichiatria in stato nascente, il passaggio all’atto prende i nomi di “mania senza delirio” in Philippe Pinel e di “monomania” in Jean-Étienne Esquirol. Era il tempo in cui la nuova scienza tentava di accreditare il proprio sapere ritagliandosi un ruolo nella prassi giurisprudenziale1, in queste contingenze si colloca il primo caso che andremo ad affrontare, passaggio all’atto reso noto dal volume dedicatogli da Michel Foucault e collaboratori, Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…2.

Per gli autori sono due i livelli di interesse nel riproporre questo caso di parricidio avvenuto in Normandia nel 1835, il primo fa riferimento a quanto accennato, le perizie psichiatriche discordi, la prima, del dottor Bauchard, sostiene la sanità mentale di Pierre Rivière, reo di aver assassinato a colpi di roncola la madre in avanzato stato di gravidanza, la sorella e il fratello con premeditazione, che portò alla sua condanna a morte, la seconda di alcuni tra i più insigni psichiatri del tempo, Jean-Étienne Esquirol, Mathieu Orfila, Charles Marc, Étienne Pariset, Léon Rostan, Jean-Etienne Mitivié e François Leuret, che esattamente sulla scorta dei medesimi fatti riportati da Bauchard, lo dichiarano affetto da “monomania omicida”, cosa che porterà il tribunale a commutare la pena in reclusione a vita. L’altro motivo di interesse è la straordinaria memoria (il cui incipit dà il titolo al libro) redatta da Pierre per raccontare e contestualizzare gli eventi. Lo straordinario è nella qualità, che non è azzardato definire letteraria, delle cinquanta pagine scritte da un contadino ventenne con livelli di scolarizzazione minimi, in cui riepiloga nel dettaglio tutte le angherie subite dal padre, messe in atto con meticolosa determinazione dalla madre, persona assolutamente tossica, che oggi verrebbe considerata psicopatica affetta da narcisismo maligno. Avendo sventuratamente incontrato personaggi simili, e rimpiangendo di non averle ripassate alla roncola, comprendo pienamente i motivi del passaggio all’atto. Nella memoria di Pierre Rivière traspare perfettamente ciò che lo ha portato al suo gesto, come una molla caricata progressivamente fino al punto in cui scarica in un istante tutta l’energia accumulata.

Si tratta dello stesso effetto elastico tirato, tirato alla rottura, che ritroviamo nel film di Rainer Werner Fassbinder del 1970 Perché il signor R. è diventato matto?, in cui un disegnatore tecnico con una vita all’apparenza normale, accumulando progressivamente piccole frustrazioni quotidiane giunge, sopraffatto da una vita divenuta asfissiante, all’omicidio plurimo e al suicidio.

Se il film di Fassbinder è una metafora dell’implosione del boom economico del dopoguerra, del vuoto di senso delle finalità indotte dal consumismo e dell’arrancare per assecondarne il dettato, la cronaca contemporanea ci consegna a cadenze serrate narrazioni di simili passaggi all’atto. In Heroes. Suicidio e omicidi di massa3, Franco Berardi “Bifo” ne ripercorre alcune eclatanti, contestualizzandole differentemente. Il panorama sociale è ormai radicalmente mutato, e nel tardo capitalismo il futuro da conquistare con fatica e compromessi delle generazioni uscite dal secondo conflitto è ormai dissolto, barrato, i passaggi all’atto oggetto della ricerca di Bifo, sono intimamente in sintonia con i caratteri fondamentali della contemporaneità, tempo del capitalismo finanziario compiutamente realizzato, saturo di “nichilismo e stupidità spettacolare”.4 Il primo eroe per un giorno (il titolo rimanda esplicitamente a David Bowie), e figura ispiratrice del libro, è James Holmes, che nel luglio del 2012 a Aurora, Colorado, durante la proiezione di un film di Batman The Dark Knight Rises, in cosplay da Joker, apre il fuoco sul pubblico uccidendo dodici persone. Si può ricondurre l’evento a un accesso di follia, come spiegare altrimenti il gesto di un bravo ragazzo attivo nella chiesa presbiteriana, non di meno Bifo traccia un raccordo tra la natura del “semiocapitalismo” contemporaneo, in cui la realtà si dissolve in simulacro, la valorizzazione in flussi di informazione, e la dominante nello psichico della simulazione, vita e spettacolo si compenetrano divenendo indistinguibili.

In questo quadro vengono inscritti i balzi sulla scena degli eroi descritti nel libro. Così Pekka-Erik Auvinen, ragazzo finlandese che nel 2007 irrompe in una scuola uccidendo sette studenti, quindi si suicida. In precedenza aveva annunciato il suo gesto con un video postato sul suo canale youtube. Nel settembre dell’anno successivo, Matti Juhani Saari lo emula uccidendo dieci studenti della sua facoltà a Kauhajoki, quindi suicidandosi.

La strage di Columbine è rimasta nell’immaginario anche grazie ai film di Michael Moore e Gus van Sant, i suoi autori, Eric Harris e Dylan Klebold erano cultori del gioco Kill ’em all Doom, palestra simulacrale del loro gesto.

La serie prosegue con Seung-Hui Cho, 32 morti al Virginia Tech, Anders Behring Breivik, 77 morti a Utøya, Baruch Goldstein, 29 morti a Hebron, e a questi se ne potrebbero aggiungere a volontà, Adam Lanza, 27 morti alla scuola di Sandy Hook, Robert Steinhäuser, 16 morti a Erfurt, Omar Marteen, 49 morti a Orlando, Ali David Sonboly, 9 morti a Monaco, Andreas Lubitz, 150 morti nel volo Germanwing 9525. Ogni evento di questa specie ha motivazioni individuali differenti, depressione, frustrazione, fanatismo, odio polarizzato verso un gruppo, scolastico, politico, religioso, etnico. Ciò che li accomuna è il passaggio all’atto definitivo, la violenza accumulata si scarica sugli altri e quindi su se stessi senza che il pensiero riesca ad aggrapparsi a un residuo di senso, il futuro è barrato, nel tempo della spettacolarizzazione, l’uscita di scena prevede che prima si calchi il palcoscenico. In un libro di prossima uscita, Soggetto collettivo e psicosi, Pietro Barbetta coglie questi passaggi all’atto come il sintomo di un’età psicotica, e certamente è la loro natura sintomale che li rende insostenibilmente inquietanti, non solo episodi generati da circostanze singolari, ma possibilità incombente di soluzione definitiva all’insostenibilità dell’esistenza che chiunque tra noi potrebbe coltivare e attuare, spesso con ottime ragioni.

Senz’altro meno socialmente problematico, e più in sintonia con lo spirito di chi scrive, è il passaggio opposto, quello all’inazione.

L’icona letteraria dell’inazione è Ilia Ilic Oblomov, pigro eroe del romanzo di Ivan Goncharov, impegnato a evitare eroicamente ogni turbativa della quiete dell’esistenza, che sussiste dibattendosi nella dialettica indolente servo-padrone con il fido Zachar, ma il nostro tema non è l’inazione ma il “passaggio”, e rispetto a ciò un altro capolavoro della letteratura dell’Ottocento è esemplare, si tratta evidentemente dello scrivano di Herman Melville.

Bartleby, dipendente di un avvocato di New York, copia diligentemente sentenze, grigio e taciturno, trasparente al mondo tanto da non essere definibile dal suo stesso datore di lavoro, d’un tratto, a una richiesta di questi, risponde negandosi al compito con una formula “I would prefer not to”, “preferirei di no”, e a seguire la recita come mantra ad ogni altra interpellazione dell’avvocato. Fino alle estreme conseguenze, fino alla progressiva esclusione dal mondo, fino alla morte.

Nella sua lettura, Gilles Deleuze sottolinea come, a partire dalla sua formulazione, la formula suoni inusuale, non scorretta, ma inconsueta, rispetto al più comune “I’d rather not”, già in ciò è inscritto uno scarto nel linguaggio, che si riflette amplificato sul piano relazionale. Quella di Bartleby non è insubordinazione, contrapposizione alla gerarchia, al capo, dialettica affermativa, ma ritrazione nel possibile che spiazza l’interlocutore. Nel racconto, le reazioni dell’avvocato divengono progressivamente bizzarre e psicotiche, incapaci di rapportarsi a un orizzonte radicalmente differente di relazione al mondo, a fronte della salda fedeltà al proprio ordine di preferenza dello scrivano.

Se Bartleby rifiutasse, potrebbe essere riconosciuto come ribelle o rivoltoso e avere ancora a questo titolo un ruolo sociale. Ma la formula disattiva ogni atto linguistico nello stesso tempo in cui fa di Bartleby un puro escluso al quale nessuna posizione sociale può essere più attribuita. Di questo l’avvocato si accorge con terrore: tutte le sue speranze di riportare Bartleby alla ragione crollano perché riposano su una logica di presupposti, secondo la quale un padrone “si aspetta” di essere obbedito, o un amico benevolo, ascoltato, mentre Bartleby ha inventato una nuova logica, una logica della preferenza, che basta a minare i presupposti del linguaggio.5

Preferirei di no” non è volontà di qualcosa d’altro, rivendicazione, non è neppure nichilismo, volontà di nulla, che si inscrive comunque in un orizzonte di senso, è piuttosto evaporazione della volontà, e pertanto radicale messa in questione del senso stesso, sua implosione che rende grottesca ogni replica che si voglia ancora sensata. In ciò sta la valenza eversiva della formula, la sua forza destabilizzante, in ciò la grandezza dello scrivano, eroe dell’inazione scelta, preferita. Pura potenza che si nega all’atto.

Fedele allo spirito dello scrivano di Melville, maestro riconosciuto, Georges Perec in Un uomo che dorme6 racconta la svolta nella vita di uno studente di sociologia che, come Bartleby, si risolve per l’inazione. Si ritrae dall’attività, dalla socievolezza, dalle finalità per dissolvere la vita nel suo scorrere indifferente. La riduzione dell’agire finalizzato costitutivo del vitale a visione ipnagogica fluttuante sul mondo non risolve comunque nulla rispetto alle motivazioni della scelta, della non scelta, della possibilità.

No. Tu non sei più il padrone anonimo del mondo, quello su cui la storia non ha presa, quello che non sente la pioggia cadere, che non vede giungere la notte. Non sei più l’inaccessibile, il limpido, il trasparente. Hai paura, aspetti. Aspetti, in Place Clichy, che smetta di piovere.7

L’epilogo è meno definitivo di quello del libro di Melville, non di meno la scelta etica per il “would prefer not to” è gravata da un peso, si rimette in questione, si rivela meno definitiva di quanto pretendesse.

Chiudiamo la trilogia dell’inazione con un testo che la celebra, che ne magnifica le sorti, almeno in potenza, Bartleby e compagnia8, di Enrique Vila-Matas. Qui l’eroe del “preferirei di no” si erge a modello per la moltitudine dei Bartleby che nella storia della letteratura sono rimasti, o si sono ritratti (per lo più dopo un esordio fulmineo), in uno stato potenziale, negandosi alla pubblicazione. L’espediente letterario per muovere alla ricognizione dei Barleby è il racconto di un impiegato gobbuto, a sua volta autore in gioventù di un testo, e da allora negatosi alla produzione, che coltiva un’opera di note a un corpus mai scritto. La ricerca serrata tocca i vertici della letteratura, Robert Walser, Thomas Pynchon, Jerome David Salinger, Juan Rulfo, e un’infinità di eccellenze sconosciute, come il passaggio all’atto procede da un’infinità di motivazioni e contingenze disparate, così l’opzione per il No, la sua celebrazione nella pratica del negarsi al fare. Non ci sono due Bartleby uguali, non di meno tutti hanno consacrato la propria vita all’assenza d’opera.

Non ho nascosto la mia fascinazione per la preferenza per il no, ma è un compito etico oltre le risorse del mio spirito e, con lo sconforto del Giotto del Decameron di Pier Paolo Pasolini, ogni volta che concludo un testo, anche ora, finisco sempre per domandarmi: “Perché realizzare un’opera, quando è così bello sognarla soltanto?”

di ENRICO VALTELLINA


1 Si veda il volume dell’allievo di Esquirol: Étienne-Jean Georget, Il crimine e la colpa: discussione medico-legale sulla follia, Milano, Mimesis, 2008.

2 Michel Foucault, Io, Pierre Rivière, avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello…, Torino, Einaudi, 1976.

3 Franco “Bifo” Berardi, Heroes. Suicidio e omicidi di massa, Milano, Baldini e Castoldi, 2015.

4 Ivi, p. 3.

5 Gilles Deleuze, Giorgio Agamben, Bartleby: la formula della creazione, Macerata, Quodlibet, 1993, p. 23.

6 Georges Perec, Un homme qui dort, Paris, Denoël, 1967.

7 Ivi, p. 163.

8 Enrique Vila-Matas, Bartleby e compagnia, Milano, Feltrinelli, 2002.

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