Editoriale #2

Editoriale #2Limite

LIMITE. Vincolo; freno; impedimento. Il limite è solito delineare il perimetro entro cui forze e energie vengono sottoposte al controllo saldo e rigoroso di enti e/o entità coercitive. Limite come barriera al flusso: non fiume bensì diga che arresta il movimento sospendendone la continuità. Ma il limite non è una frontiera insormontabile, è soprattutto soglia: luogo di transito e mutamento consustanziale all’uomo in quanto essere in divenire la cui finitudine, però, dovrebbe porlo al riparo dalla rinuncia funesta a qualsiasi misura.

Contro la geometrizzazione del mondo, dunque, e il sogno di un progresso costante agognato dall’economia politica il cui paradosso di una crescita infinita in un mondo finito viene costantemente celato dietro l’apparente trionfo dell’illimitatezza. Lacuna, frammento: ecco, dunque, come il limite debba essere concepito affinché possa insinuarsi negli interstizi del pensiero dominante per svelarne le dinamiche di potere e il suo procedere cieco verso una presunta accumulazione felice e inarrestabile. Pertanto, porre dei limiti è un atto di resistenza rivolto alla società dell’illimitatezza e della dismisura, gesto oppositivo capace di annientare l’utilità delle cose dando luogo a uno spazio altro, fuori dalle logiche dello scambio e dell’impiego.

Questo è l’auspicio del secondo numero di ARIA col quale proponiamo un approfondimento multidisciplinare sulla complessità del lemma LIMITE nell’ambito degli studi artistici, della pratica teatrale, dell’attuale riflessione sulla fotografia digitale, dell’architettura e sulle sue diverse declinazioni spaziali, per affrontare infine il concetto di liminalità tra antropologia e disability studies.

Ogni numero della rivista è dedicato a un lemma specifico, a una singola parola-chiave che viene affrontata da diverse prospettive, tentando di portare alla luce aspetti e considerazioni che passerebbero inosservati se l’analisi si realizzasse nei limiti di un solo ambito disciplinare. Del resto, la rivista vuole far propria l’eterogeneità del dizionario onomasiologico, la cui organizzazione lessicale si fonda sulle relazioni gerarchiche (dal tutto alla parte), associative (prive di definizioni semanticamente legate a un unico concetto) e di equivalenza (sinonimia, omonimia, antonimia) anziché su una costruzione di tipo semasiologico.

La rivista vuole rievocare una sorta di enciclopedia in fieri, mai compiuta e mai definitivamente irrigidita ad albero, che trova la sua espressione più autentica nella metafora del labirinto: modello topologico della rete polidimensionale, antigenealogica, rizomatica, reversibile, senza un dentro né un fuori.

 

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